
Ogni tanto giunge un messaggio dove si chiede ragione, a me e a Giorgio Santelli, del perché noi due, giornalisti, entrambi schierati a sinistra, abbiamo una volta di più offerto, con il libro “Berlusconario”, pubblicità gratuita a chi certo non ne aveva bisogno. Insomma, la teoria è che più si parla di Berlusconi, più lo si attacca, e più lo si rafforza. Originale tesi, questa, che peraltro fa il paio con l’idea che Berlusconi ha di Saviano: quasi un supporter della mafia, perché ne parla, ne scrive, ne denuncia poteri e collisioni.
Chi ha letto”Berlusconario” sa che il libro edito dalla Melampo è la raccolta più completa, accurata e verificata (di ogni citazione è riportata la data e la fonte) che sia mai stata pubblicata in Italia delle gaffe, delle battute, delle pessime figure collezionate, dagli anni Ottanta a oggi, dal Cavaliere. In fondo, come ci disse una volta Nando Dalla Chiesa, Berlusconi potrebbe chiedere i diritti d’autore poiché il libro l’ha scritto lui.
Nella prima parte del libro, ci sono tre brevi scritti su come la comunicazione dell’attuale premier si basi anche (o soprattutto?) sulle gaffe. Si tratta della prefazione che Marco Travaglio ci ha gentilmente concesso, seguita dal mio intervento, intitolato “Una icona vivente”, e dall’intervento di Giorgio, “Da sedici anni sono in terapia”.
Credo che da questi tre interventi –molto diversi per le opinioni e le idee che esprimono- si possano ben capire le ragioni del perché si debba ancora parlare di Berlusconi.
Non tanto per demonizzarlo, non certo per insultarlo o per archiviarlo sbrigativamente con termini quali ‘fascista’, ‘populista’, ‘demagogo’, quanto invece per capire in che modo un non più giovane signore, ricco imprenditore, capace di cantare sulle navi da crociare e di arringare la folla dal predellino di un’auto, abbia inciso nella società di un paese europeo, moderno, democratico come l’Italia. Le analisi che Travaglio, Santelli e io proponiamo del ‘fenomeno Berlusconi’ divergono su molti aspetti, ma coincidono quando si tratta di ammettere che da più sedici anni nessuno ha trovato il rimedio, l’antidoto alla ‘berlusconite’.
Per conto mio aggiungo, anzi, che molti, ancor oggi, ne sottovalutano la potenza maligna, gli effetti devastanti, e pensano –con la tipica mentalità della sinistra- che basti scendere in piazza con tante bandiere colorate per mandare a casa lo scomodo inquilino di Palazzo Chigi; pensano da novelli maoisti che “il popolo e solo il popolo è la forza motrice” in grado di cambiare il mondo, e quindi giù con le solite litanie che i partiti non servono, che la politica fa schifo, che il Pd è debole eccetera eccetera.
I fatti per ora ci dicono che né la piazza né le inchieste giudiziarie hanno scalfito di un millimetro il potere di Berlusconi, il cui appeal è fortissimo e la cui fiducia presso l’italico popolo è praticamente inossidabile. E’ inutile far finta di nulla o girarsi dall’altra parte: alla maggioranza degli italiani piace Berlusconi. Piace, e lo votano, lo fanno vincere con autentici miracoli anche quando non ha liste, come accaduto nel Lazio. Gli italiani premiano Berlusconi nonostante Noemi e la D’Addario, nonostante l’avvocato Mills, nonostante Bertolaso, nonostante le leggi ad personam, nonostante la spacconeria, il populismo di bassa lega, il machismo fuori luogo, le gaffe memorabili. Lo premiano nonostante l’economia in rovina, il borsellino vuoto, i figli trentenni condannati al precariato, la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la corruzione dilagante.
Mi pare, dunque, che esistano dei buoni motivi per studiare il caso Berlusconi, per capire come mai questo straordinario Don Giovanni della politica e delle crociere continui a far innamorare madri di famiglia, onesti lavoratori, casalinghe e manager, donne in carriera e giovani professionisti, intellettuali e impiegati. E possiamo esser certi che la seduzione del berlusconismo non finirà con Berlusconi: ecco perché è importante continuare a parlarne.
Giovanni Belfiori